La diga del Vajont, un disastro (ambientale) annunciato

Era la sera del 9 ottobre 1963 quando nel lago artificiale del Vajont precipitò una frana, che provocò uno dei disastri naturali più gravi del ‘900. Il Vajont è tuttora un torrente che scorre nella parte sud-est delle Dolomiti, tra Friuli e Veneto. Nei secoli questo corso d’acqua scavò una gola stretta e profonda tra due montagne, Toc e Salta, sulle cui pendici sorgevano le comunità di Erto e Casso.

Nonostante questo territorio fosse instabile a causa dell’altissimo rischio di frane e fenomeni sismici, fu comunque costruita una diga tra le Dolomiti, che a sua volta creò un bacino artificiale.

Quindi lo scopo del progetto, denominato “Grande Vajont”, fu di sfruttare la valle del Vajont come bacino idroelettrico per soddisfare il fabbisogno energetico nel nord e in particolare per portare l’energia elettrica nel Triveneto.

La struttura venne costruita tra il 1957 e il 1960 dalla Società Adriatica di Elettricità (SADE), mentre fu nazionalizzata nel 1962 e passò sotto il controllo di ENEL e del Ministero dei Lavori Pubblici.

Nonostante le preoccupazioni degli abitanti della zona, la diga venne completata, non tenendo conto tuttavia della fragilità del territorio. E pensare che nel 1959, a pochi chilometri di distanza, un’altra frana precipitò nel lago artificiale della diga di Pontesei, causando la morte di un operaio della Sade incaricato della sorveglianza.

La diga del Vajont: un’opera azzardata

Le comunità locali, in possesso di pascoli e terre espropriati per fare posto al lago artificiale, erano sul piede di guerra. Anche Tina Merlin, giornalista dell’Unità, scrisse diversi articoli in cui espresse i propri timori, venendo però accusata di diffondere inutili allarmismi.

Effettivamente la valle del Piave, dove venne realizzata la diga, si trovava in una zona instabile e a elevata piovosità. Alcune perizie successive all’incidente infatti stabilirono l’esistenza di una paleo-frana sul monte Toc, che poi sarebbe stata considerata come evento scatenante del disastro.

Inoltre si scoprirono livelli di argilla spessi fino a 10 centimetri e si osservò come la quota della falda acquifera superiore fosse diversa da quella inferiore. In definitiva, i versanti delle montagne non avevano caratteristiche morfologiche idonee a contenere un serbatoio d’acqua.

Si andò dunque a modificare il delicato equilibrio della montagna stessa, aumentando l’instabilità dei versanti, già fragili e interessati da secoli di eventi franosi, con le infiltrazioni delle acque del lago artificiale creato con la diga.

L’incidente del Vajont e il disastro ambientale

Numerosi avvertimenti, segnali di pericolo e valutazioni negative furono tuttavia ignorati. Fu così che una frana di 260 milioni di metri cubi precipitò nel lago artificiale a 100 km/h generando una gigantesca ondata d’acqua. Una parte colpì alcune frazioni di Erto e Casso, spazzandole via. Un’altra parte superò la diga e piombò sulla cittadina di Longarone a 80 km/h, distruggendola completamente.

Anche se la diga rimase quasi intatta e due terzi dell’acqua furono trattenuti, la frana fu molto più grande del previsto e l’impatto provocò dunque massicce inondazioni e distruzioni nella sottostante valle del Piave, la cui morfologia fu stravolta.

Prima ancora di raggiungere Longarone, l’onda mosse una quantità d’aria tale da essere paragonata a una piccola bomba atomica, così forte che gran parte delle vittime non vennero più ritrovate.

Fu una strage: il bilancio delle vittime fu di 1917 morti, cancellati assieme a un territorio, una storia e una cultura che non hanno mai più riacquistato le loro fattezze originarie.

Rimasero solo macerie, detriti, acqua e un’enorme distesa di fango. Pochi edifici restarono in piedi, mentre la gran parte delle vie di comunicazioni si scoprirono inagibili, così come la rete idroelettrica. Le vittime erano perlopiù irriconoscibili e si intervenne per evitare la diffusione di epidemie attraverso l’uso di disinfettanti distribuiti su macerie, pozzanghere, campi di inumazione e sul greto del Piave.

La diga oggi: un manufatto in disuso, ma ancora in piedi

Dopo un periodo di oblio, negli ultimi anni però si è riacceso l’interesse verso la tragedia del Vajont grazie a film, fiction televisive e spettacoli teatrali. Non solo, frequenti sono le visite della gente comune e di specialisti interessati agli aspetti scientifici della struttura.

La diga, ancora oggi una delle più alte al mondo (262 metri), è tuttora in piedi, ma priva di acqua e totalmente inattiva. Destinata a rappresentare il simbolo del progresso economico, si è rivelata invece un’opera pericolosa, tanto da stravolgere completamente l’assetto del territorio.

Anche l’Unesco, in occasione dell’International Year of Planet Earth del 2008, ha considerato il disastro del Vajont come uno dei 5 peggiori esempi di cattiva gestione del territorio e dell’ambiente:

Il Vajont è il classico esempio del fallimento di ingegneri e geologi nel comprendere la natura del problema che stavano cercando di affrontare”.

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