Biodiversità: un patrimonio da difendere

A partire dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, il termine biodiversità ha fatto il suo ingresso nel linguaggio giuridico, ed occupa attualmente un ruolo molto importante.

La parola, la cui paternità viene attribuita ad Edward Wilson, è una contrazione dell’espressione ‘diversità biologica’. Infatti, il termine, indica la ricchezza e la molteplicità delle forme di vita. La biodiversità si manifesta a tre livelli diversi:

  • la varietà degli ecosistemi che ospitano gli organismi viventi (foreste pluviali, zone umide, ambienti marini, savana, gariga, tundra);
  • l’eterogeneità delle specie che popolano un particolare habitat;  
  • la variabilità genetica all’ interno di una stessa specie.

Per una molteplicità di cause ambientali, la diversità biologica non è distribuita e ripartita ugualmente sul Pianeta.

Come è intuibile, lo sfruttamento delle risorse biologiche e genetiche della Terra, coinvolge interessi economici e politici ingenti e solleva problematiche sia sociali che ecologiche la cui regolamentazione rappresenta una sfida agli ordinamenti giuridici interni, ma soprattutto al diritto internazionale.

“Questo noi sappiamo. La terra non appartiene all’uomo; l’uomo appartiene alla terra. Questo noi sappiamo. Tutte le cose sono connesse come il sangue che unisce una famiglia. Tutte le cose sono connesse. Tutto ciò che accade alla terra accade ai figli della terra. L’uomo non tesse la tela della vita: è soltanto un filo dell’ordito.

Tutto ciò che fa alla tela, fa a sé stesso.

Capo Seattle

La Convenzione sulla Biodiversità

Entrata in vigore il 29 dicembre 1993, pochi mesi dopo la sua adozione, la Convenzione sulla biodiversità è in assoluto uno fra gli strumenti più largamente ratificati, contando ad oggi 196 Stati Parte. L’Italia vi ha dato esecuzione con legge n. 124 del 14 febbraio 1994.

Per assicurare la conservazione delle specie viventi, il Progetto aveva come proposito la creazione di una rete mondiale di zone protette per garantire la tutela degli ecosistemi contenenti ‘the greatest feasible proportion of the Earth biological diversity’.

Gli Stati, considerati ‘guardians of biological diversity‘, avrebbero dovuto assumersi obblighi molto impegnativi ed adottare nei propri ordinamenti tutte le misure idonee ad assicurare le protezione della biodiversità, riducendo e controllando le fonti di inquinamento e prevedendo sanzioni adeguate per punire e prevenire i reati ambientali.

Il Protocollo di Nagoya

Con l’intento di rinnovare i propositi della Convenzione di Rio, nel 2010 viene siglato in Giappone un nuovo piano strategico volto a tutelare la conservazione della biodiversità: si tratta del protocollo di Nagoya, che individua ben 20 obiettivi, conosciuti come gli obiettivi di Aichi.

Una linea guida che in dieci anni avrebbe dovuto portare entro il 2019/2020 al raggiungimento di importanti traguardi, tra i quali una gestione sostenibile delle risorse naturali, una reale tutela delle foreste rimaste, il rispetto delle popolazioni indigene e dei territori da loro occupati.

In sintesi, il protocollo suggeriva la costruzione di progetti fondati sulla cooperazione transfrontaliera in modo da garantire una più equa redistribuzione dei benefici derivanti dallo sfruttamento della biodiversità.

IPBES – Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services

È maggio 2019 quando IPBES, Intergovernmental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Service, pubblica un report sullo stato del pianeta, il cosiddetto “IPBES Global Assessment Report on Biodiversity and Ecosystem Services”.

Il report, stilato da un team composto da 145 autori esperti a cui si sono aggiunti contributi di altri 310 autori, analizza i cambiamenti nel livello di biodiversità dei diversi Stati negli ultimi 5 decenni.

Viene evidenziato un declino della biodiversità che non ha precedenti: le specie a rischio di estinzione sono un milione.

I fattori drammatici che emergono sulla perdita della biodiversità sono, ad oggi, ben riconosciuti. La biodiversità è corrosa e danneggiata a seguito della distruzione degli habitat naturali e in generale dalle trasformazioni d’uso e del consumo di suolo, dallo sfruttamento accanito delle risorse, dall’alto tasso di inquinamento, dalla presenza di sempre più specie aliene e dai cambiamenti climatici.

Le prospettive che ci aspettano sono drammatiche ma non tutte le speranze sono perdute. La salvaguardia ambientale, se basata su uno sviluppo economico più attento e consapevole, può sicuramente essere la strada da seguire. Se i grandi protagonisti dell’economia globale iniziassero ad invertire la rotta e ad essere d’esempio riducendo lo sfruttamento intensivo delle risorse e la distruzione delle grandi foreste della terra, un futuro migliore è di certo auspicabile.

Il monito arriva anche, e lo fa con una forza disarmante, dalla sedicenne Greta Thunberg  in apertura del vertice Onu a New York, con cui vorrei concludere: “Le persone stanno soffrendo, le persone stanno morendo, interi ecosistemi stanno crollando. Siamo sull’orlo di un’estinzione di massa e tutto ciò di cui riuscite a parlare sono i soldi e l’illusione di una crescita economica perenne”.

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