Deepwater Horizon, il petrolio potrebbe impiegare ancora 30 anni per decomporsi

Era il 20 aprile 2010 quando la la piattaforma, di proprietà della britannica Bp, subì un grave guasto a causa dell’esplosione di un pozzo a 1.500 metri di profondità, iniziando a riversare petrolio in mare al ritmo di mille barili al giorno, per 87 giorni consecutivi.

Dopo oltre 9 anni le conseguenze del disastro ambientale continuano a farsi sentire e secondo un recente studio i resti del petrolio potrebbero rimanere ancora per altri 30 anni.

Le cause dell’incidente

La piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è di proprietà della società Transocean, sotto contratto con la britannica Bp. È posizionata a circa 80 chilometri di distanza dalla costa della Louisiana e al momento dell’incidente estrae una media di 8mila barili di petrolioal giorno. Il 20 aprile 2010, mentre è in corso la perforazione del pozzo Macondo a 1.500 metri di profondità, si verifica un’esplosione che provoca un incendio. In quel momento il petrolio inizia a fuoriuscire senza sosta, al ritmo di mille barili al giorno, senza che il sistema di blocco automatico riesca a entrare in funzione. Dopo due giorni, la piattaforma affonda. Delle 126 persone a bordo durante l’incidente, 11 perdono la vita e altre 17 rimangono ferite.

Gli interventi dopo il disastro

A partire dal 20 aprile, il mondo osserva con il fiato sospeso le immagini della marea nera che si espande sempre di più, mentre Bp e la Casa Bianca mettevano all’opera squadre di tecnici, scienziati e militari per cercare di riparare il danno.

Il primissimo tentativo di Bp, con l’uso di robot subacquei controllati a distanza, fallisce. La Guardia Costiera nel frattempo innesca incendi controllati di alcune chiazze in superficie; in tutto sono circa 120 ed eliminano oltre 67mila barili di greggio.

A maggio Bp dà il via all’operazione “top kill”, provando a sigillare l’imboccatura del pozzo con una cupola di cemento armato di 100 tonnellate, ma a fine mese ammette il fallimento. Con l’operazione “cut and cap” prova quindi a tagliare la valvola di sicurezza che non ha funzionato per coprirla con un’altra valvola di contenimento (lower marine riser package), che però riesce a intercettare circa la metà del flusso.

Gli impatti ambientali

La marea nera della Deepwater Horizon continua a espandersi per mesi, avvelenando l’ecosistema giorno dopo giorno. Da nove anni gli scienziati tentano di fare una stima dei danni, ma probabilmente ci vorrà ancora molto tempo prima di avere un quadro completo e attendibile.

Come ricorda la Noaa (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’area nord del Golfo del Messico è l’habitat di 22 specie di mammiferi marini e cinque specie di tartarughe, tutte protette dall’Endangered Species Act. Il 20 per cento delle tartarughe di Kemp di giovane età è morto in seguito all’esposizione al petrolio e la popolazione di tursìopi (o delfini dal naso a bottiglia) è diminuita del 50 per cento.


Un rapporto sulle conseguenze sugli animali pubblicato dalla National Wildlife Federation a cinque anni dall’incidente rivela che il 12 per cento della popolazione di pellicani bruni del Golfo del Messico è rimasto ucciso, il tasso di mortalità dei delfini è quattro volte superiore alla media e il numero dei nidi deposti dalle tartarughe di Kemp è diminuito del 35 per cento dal 2010. Nell’arco di sei anni, tra seicentomila e ottocentomila uccelli sono morti a causa dell’inquinamento dovuto al petrolio, secondo Oceana.

Le conseguenze su flora e fauna, purtroppo, non si sono certo esaurite con l’operazione di bonifica. Diversi studi dimostrano infatti che il petrolio è entrato nella catena alimentare, perché è stato assorbito dal fitoplancton e ha ridotto la varietà di microrganismi nella zona interessata dall’incidente.

Il petrolio potrebbe rimanere per ancora 30 anni

A oltre 9 anni dal disastro della piattaforma petrolifera BP Deepwater Horizon, le spiagge della Florida sono ancora disseminate di agglomerati oleosi di petrolio grezzo che potrebbero impiegare 30 anni prima di decomporsi completamente.

Lo sostiene una ricerca condotta dalla Florida State University e pubblicata sulla rivista Scientific Reports. Nonostante gli sforzi di bonifica, condotti anche con scavatori meccanici, è ancora possibile rinvenire agglomerati di grezzo sepolti sotto la sabbia fino a 70 cm di profondità.

Isolati dai flussi delle maree, dall’azione dell’ossigeno e dall’attacco dei particolari microrganismi che abitano le spiagge sabbiose, questi agglomerati di petrolio (della grandezza media di 10 cm di diametro) impiegano tempi lunghissimi per dissolversi nell’ambiente.


Il team del professor Markus Huettel ha studiato negl’ultimi 3 anni i resti di grezzo sepolti sulla spiaggia di Pensacola, scoprendo che gli agglomerati delle dimensioni di una pallina da golf impiegano fino a 3 decadi per decomporsi.

Questo meccanismo, tuttavia, è estremamente fragile e la presenza di contaminanti nel sottosuolo per lunghi periodi di tempo potrebbe comprometterne il funzionamento: se il carico di particelle organiche e inorganiche cresce in modo insostenibile, le spiagge un tempo incontaminate e le sabbie costiere possono trasformarsi in terreni fangosi, impenetrabili all’ossigeno e quindi inospitali ai degradatori aerobici.

Un deterioramento che spiegherebbe l’aumento in tutto il mondo delle cosiddette zone ipossiche, quelle prive di ossigeno, secondo gli autori della ricerca.

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