L’alluvione di Roma del 1870: proposte e progetti per preservare la Città Eterna

Quando Roma fu colpita da una violenta alluvione, nel dicembre 1870, l’opinione pubblica rimase particolarmente impressionata dall’evento. Addirittura il Re, Vittorio Emanuele II, arrivò in treno per ispezionare personalmente la Città Eterna e visitarla per la prima volta.

Roma però non era nuova a episodi simili: infatti ha sempre dovuto fare i conti con le piene del Tevere, sin dalla sua fondazione, anche se storicamente furono documentate solo dalla fine del V secolo a.C.

Se nell’antichità le piene erano viste come un fenomeno cui adattarsi più che da combattere, nei secoli successivi, la decadenza dell’impero, le invasioni barbariche e la crisi generale di Roma produssero gravi danni dovuti all’abbandono di ogni forma di controllo del fiume. In particolare dal 1450 al 1700 si verificarono una dozzina di piene eccezionali, che causarono migliaia di morti e feriti. Fu però l’inondazione del 1870 a creare un decisivo spartiacque nella storia di Roma e nel suo rapporto con il Tevere.

L’alluvione del 1870: castigo divino per la Breccia di Porta Pia (?)

L’alluvione del 1870 rimase negli annali non solo per la portata eccezionale dell’evento, ma anche per la sua natura simbolica. Roma infatti fu sottratta al Papa il 20 settembre 1870, creando così un’aura di fatalismo intorno all’avvenimento.

Ancora oggi però viene ricordata perché fu più violenta rispetto alle precedenti, in quanto il Tevere superò abbondantemente i 17 metri, allagando diverse zone. Ad esempio via del Corso, Piazza del Popolo e Piazza Navona si ritrovarono sommerse dall’acqua. Nemmeno il quartiere di Trastevere e il Ghetto furono risparmiati, causando vittime e disagi ingenti alla popolazione.

Il fango ingombrò strade e scantinati e in alcuni casi furono inondati anche i primi piani delle case. L’acqua paralizzò la città devastando abitazioni e botteghe, arrecando danni consistenti a monumenti, affreschi, arazzi e opere architettoniche.

I soccorsi furono immediati, anche se improvvisati, tanto è vero che le istituzioni si attivarono immediatamente per trovare soluzioni adeguate.

Il fallito Progetto Garibaldi: come creare un parco fluviale all’interno della città

Subito dopo l’alluvione, lo Stato italiano infatti decise di intervenire nominando una commissione, a cui affidò particolari compiti. Innanzitutto bisognava esaminare le condizioni del Tevere e dei principali affluenti, quindi indicare provvedimenti da attuare per difendere la città dalle piene. Nel febbraio 1871 la commissione approvò un progetto che prevedeva la realizzazione di muraglioni, ovvero argini in grado di controllare il fiume.

Tutto ciò non ebbe però seguito. Così nel 1875 Giuseppe Garibaldi, allora deputato di Roma, presentò dapprima un disegno di legge e poi un progetto vero e proprio. Il Generale avvertì la necessità di proteggere la città dalle inondazioni convertendo il Tevere in canale navigabile fino al mare e di risanare l’Agro Romano.

Nel dettaglio, il Progetto Garibaldi avrebbe deviato il Tevere verso nord, nei pressi dell’odierno aeroporto dell’Urbe. Quindi lo avrebbe canalizzato girando attorno alla città verso sud, in zona Magliana. Attraverso il centro storico e sotto gli antichi ponti sarebbe invece rimasto un piccolo rio inserito in un parco cittadino.

Nonostante i lunghi dibattiti, il progetto non vide mai la luce, forse per i costi elevati.

Proposte e progetti per preservare la Città Eterna dalle piene del Tevere

Tuttavia il governo italiano capì l’importanza di costruire opere idrauliche necessarie, in modo definitivo, a preservare Roma dalle alluvioni. Nel luglio 1875 promulgò una legge in tal senso e venne coinvolta nuovamente una commissione insediata presso il Ministero dei Lavori Pubblici.

La commissione esaminò diverse proposte, tra cui quella del professor Alessandro Betocchi, che consisteva nella costruzione di un canale da Ponte Milvio fino all’ospedale di Santo Spirito. L’ingegnere Raffaele Canevari propose di allargare il Tevere dandogli una larghezza uniforme, eliminando gran parte degli ingombri presenti, tra cui l’Isola Tiberina. L’idea di Carlo Possenti, presidente della commissione, prevedeva invece la realizzazione di alcuni canali a valle di Roma.

Alla fine la spuntò il progetto di Canevari, secondo cui si sarebbe regolarizzato il corso del fiume demolendo case, palazzi e persino antiche rovine per far posto ai muraglioni, salvando almeno l’Isola Tiberina. I lavori iniziarono nel 1876 e già all’inizio del 1900 la zona centrale della città era difesa dagli argini. L’opera in tutto il territorio urbano fu completata definitivamente nel 1925.

Parallelamente vennero realizzati anche due grandi collettori fognari per lo smaltimento delle acque, risolvendo così il problema degli allagamenti.

Roma dopo l’alluvione: muraglioni e osservazioni idrometriche per monitorare il Tevere

La costruzione dei muraglioni ha certamente ridotto i rischi di inondazione, ma ha privato Roma di alcune opere, tra cui il Porto di Ripetta. Proprio a Ripetta, alla fine del ‘700, venne installato l’unico idrometro, utile per monitorare regolarmente i livelli del Tevere. Prima di allora era usanza apporre una targa sugli edifici per indicare il livello massimo raggiunto dalle acque.

A partire dal 1871 poi vennero impiantate ulteriori stazioni idrometriche sul Tevere, utili per comprenderne l’attività. L’obiettivo infatti era quello di ottenere dati scientifici abbastanza attendibili dalle osservazioni sistematiche effettuate lungo il fiume. Tali osservazioni potevano essere giornaliere in condizioni normali, oppure orarie in caso di piena.

Il nuovo sistema di contenimento e le frequenti osservazioni idrometriche si sono quindi rivelati strumenti utili per evitare nuove inondazioni, come quella del 1870. Nel corso degli anni infatti, come pure in tempi recenti, le piogge abbondanti hanno messo a dura prova la città, creando però danni contenuti rispetto al passato.

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