Fitorimedio, la tecnica che utilizza le piante per riqualificare l’ambiente

Il fitorimedio rappresenta una biotecnologia in cui vengono sfruttate le naturali capacità delle piante che sono in grado di estrarre, sequestrare, trattenere o degradare le sostanze contaminanti dai suoli e dalle acque. Grazie a questa tecnica è possibile mitigare gli effetti negativi per l’ambiente che sono stati causati dall’uomo.

Gli ultimi decenni sono stati caratterizzati da un esponenziale incremento demografico, con un conseguente aumento delle aree destinate ad attività umana.

Per esempio, attività antropiche quali l’agricoltura, la zootecnia, l’urbanizzazione e l’industrializzazione hanno determinato una continua ed elevata immissione di sostanze inquinanti (residui metabolici e non metabolici, materiale particellato, metalli pesanti, tensioattivi, fitofarmaci, pesticidi, antibiotici, oli etc.) nell’ ambiente, andando ad impattare negativamente sulla qualità degli ecosistemi acquatici e terrestri.

Tutto questo ha determinato un’ alterazione negativa di questi sistemi, causando una perdita della biodiversità, danni economici e alla salute umana, andando sempre più a compromettere la qualità e la quantità dei servizi ecosistemici che la natura ci offre.Per far fronte a questo problema, negli anni, sono numerose le risposte che si sono prese in considerazione sia a livello normativo, che a livello tecnologico, tra cui il fitorimedio.

Le origini del fitorimedio

L’idea di base risale già agli anni cinquanta, quando alcuni ricercatori sovietici osservarono che piante semiacquatiche come il giacinto (Eichhornia crassipes) e la lenticchia d’acqua (Lemna minor) avevano la capacità di assorbire metalli tossici come il piombo, lo zinco e il cadmio dalle acque contaminate, o che piante come il crescione alpino prosperavano in terreni ricchi di zinco e di nichel.


Tra le piante con queste caratteristiche è citato l’uso dell’erba storna alpestre, (Noccaea alpestris o Thlaspi alpestre), capace di assorbire zinco, piombo ed altri metalli pesanti dal terreno.


Grazie a dei geni contenuti nel suo Dna, assorbe metalli dalle radici e li accumula nelle foglie all’interno dei vacuoli dove restano intrappolati fino a quando le foglie non cadono sul terreno.
Anziché lasciare che le foglie cadano queste possono essere recuperate, essiccate e trasformate in polvere ricca di metalli pesanti che possono essere estratti e utilizzati nell’industria.
L’erba alpestre non ha necessità dei metalli pesanti per crescere ma in questo modo diminuisce la concentrazione di sostanze tossiche alle sue radici.

Principali piante impiegate nel fitorimedio

Molte sono le piante già note agli esperti che possono essere usate nella bonifica dei terreni. Ognuna di esse si nutre di una particolare classe di sostanze inquinanti e sfrutta una specifica tecnica di estrazione, il che la rende più o meno adatta ai diversi siti da bonificare e alle sostanze da abbattere.

Tra le specie più conosciute, spiccano il vetiver e la canapa, la cui capacità è quella di assorbire i metalli pesanti in generale. C’è poi il girasole selvatico, che assorbe il nichel e il cromo. La senape indiana, invece, è perfetta per abbattere i livelli di piombo, cesio, cadmio, nichel, zinco e selenio dispersi nelle falde.

Alcune specie arboree si sono rivelate utili per la bonifica di terreni inquinati. È il caso del pioppo, un albero capace di assorbire nelle sue fibre vegetali notevoli quantità di metalli e continuare ad accumularli per tutto il suo ciclo di vita.

Ma le risorse naturali del regno vegetale e della biodiversità a servizio della scienza non finiscono qui. Esistono molte altre specie in grado di crescere e prosperare in terreni gravemente contaminati e di accumulare gli inquinanti. Oltre a quelle già citate, infatti, le specie più promettenti sono la brassica, la rapa, il cavolo, il salice, il lupino bianco, e il granoturco.

Test di laboratorio hanno dimostrato che tutte queste piante sono in grado di assorbire le sostanze tossiche con efficienze variabili dal 35% al 40%. Ciò significa che nell’arco di 4-5 cicli stagionali è possibile raggiungere il 100% di fitoestrazione delle sostanze metalliche e dei microrganismi presenti nel suolo.

Tipi di fitorimedio

Ci sono diversi processi di fitorimedio, sfruttati dall’uomo, che si possono individuare nelle piante:


Fitoestrazione: processo mediante il quale le piante sono in grado di estrarre il contaminante dalla matrice contaminata e traslocarlo all’interno della sua biomassa ipogea od epigea;
Fitostabilizzazione: il contaminate viene stabilizzato al livello radicale della pianta;
Fitovolatilizzazione: la sostanza inquinante viene traslocata nella biomassa epigea della pianta e ne viene alterata la sua forma chimica e quindi rilasciata nell’ambiente tramite traspirazione;
Fitodegradazione: la sostanza inquinante viene degradata dalla pianta all’interno o all’esterno dei propri tessuti;
Fitostimolazione: la pianta produce determinate sostanze a livello radicale, che consentono la decomposizione dell’agente contaminante da parte dei microrganismi associati ad essa.

Il fitorimedio assistito

Una ricerca condotta da Syndial società del gruppo Eni che si occupa di risanamento ambientale, in collaborazione con l’Istituto per lo Studio degli Ecosistemi del CNR di Pisa si è concentrata sul fitorimedio assistito, che sfrutta l’azione combinata delle piante e dei microrganismi rizosferisci, particolari batteri promotori della crescita collocati intorno alle radici. Con questa tecnica, oltre alla fitoestrazione, si promuove anche la fitorizodegradazione, attraverso cui i contaminanti organici sono trasformati in altre sostanze più semplici e meno tossiche che entrano nella catena alimentare degli organismi presenti nel terreno.

Il risultato dei test ha evidenziato un recupero ambientale efficiente, sostenibile e a basso costo, che può essere addirittura associato alla produzione di energia a partire dalla combustione controllata di biomassa. Tutto questo, in sintesi, consente di sfruttare una serie di importanti benefici.

I vantaggi del fitorimedio

Grazie all’impiego del fitorimedio è possibile consentire la ricostruzione di zone artificiali. La principale utilità risiede nella rimozione degli inquinanti dalle acque e dai suoli inquinati, attraverso la restituzione di parte della capacità autodepurante tipica degli ecosistemi stessi. Numerosi sono i vantaggi che si possono trarre dall’utilizzo di questa biotecnologia:
Costi di realizzazione e di gestione limitati;
Consumi energetici ridotti o nulli;
Ottimo inserimento paesaggistico;
Incremento della biodiversità locale;
Riutilizzo delle biomasse di scarto per approvvigionamento di energia rinnovabile;
Semplicità gestionale;
Utilizzo per scopi didattici/ricreativi.

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