Il movimento per la protezione della natura. Il protezionismo italiano tra fine ‘800 e secondo dopoguerra

In Italia, tra la fine dell’800 e i primi anni ‘20, sbocciò un sentimento di protezione tutto nuovo nei confronti della natura. Ma già a metà ‘700 nel mondo occidentale si cominciò a costruire un pensiero ecologico, la cui finalità era quella di riunire l’uomo e la natura dopo la frattura operata dalla rivoluzione scientifica. L’esperienza italiana però si diversificò dalle altre, poiché l’attenzione era rivolta soprattutto alla difesa del patrimonio naturale e artistico, ai monumenti e al paesaggio.

Espressione di questo fermento culturale fu la costituzione spontanea di un movimento di protezione della natura, sviluppatosi alla fine dell’800. Tale movimento, anche se mancante di una base popolare ampia, ebbe caratteri cosmopoliti e si basò sulla condivisione di obiettivi comuni. Sebbene in precedenza ci furono prese di posizione isolate ed estemporanee, con il movimento la tendenza fu quella di cercare basi comuni di azione, una forma di organizzazione coordinata e il consenso di massa.

Si trattò dunque di un periodo unico per l’Italia, caratterizzato da conferenze, convegni, mostre, iniziative e dal moltiplicarsi di pubblicazioni. Al tempo stesso si intensificarono i rapporti con i movimenti delle altre potenze europee, in particolare Gran Bretagna, Francia e Germania, che potevano contare su migliaia di iscritti.

Le tre diverse anime del movimento per la protezione della natura

Il risultato più emblematico, dal punto di vista organizzativo, fu la costituzione del “Comitato nazionale per la difesa e del paesaggio e dei monumenti” nel 1913. In questo gruppo convergevano le diverse anime del movimento, che operavano in vari ambiti, quali sport, turismo, ricerca scientifica, arte. A tenerle unite fu la volontà comune volta alla difesa delle bellezze naturali dell’Italia.

Entro il Comitato quindi convivevano culture, sensibilità e forme di organizzazione differenti. Una di queste, appartenente al mondo delle scienze naturali, si pose a difesa delle risorse naturali e degli equilibri eco-sistemici. Ebbe anche un ruolo fondamentale nel favorire l’istituzione dei parchi nazionali.

A una seconda componente del movimento appartenevano invece coloro i quali si dedicarono prevalentemente alla tutela del patrimonio storico e artistico della nazione. Prevalse in questo senso una concezione essenzialmente patriottica della protezione della natura.

Nella terza anima emersero i sostenitori della valorizzazione delle bellezze naturali, intese anche come risorse economiche di cui disporre attraverso la promozione del turismo. L’opera di questo filone del protezionismo italiano trovò sbocco soprattutto all’interno di importanti associazioni nazionali, come ad esempio il Touring Club Italiano.

La legge del 1922 e i Parchi Nazionali: obiettivi e successi ottenuti dal movimento

Nonostante la natura eterogenea, il movimento individuò alcuni obiettivi comuni: approvazione della legge per la tutela delle bellezze naturali, creazione di organismi ministeriali, istituzione di parchi nazionali, opera di divulgazione nelle scuole. Alcuni risultati furono pienamente raggiunti, altri vennero clamorosamente mancati.

I successi più eclatanti furono comunque l’approvazione della legge 778/1922Per la tutela delle bellezze naturali e degli immobili di particolare interesse storico” e l’istituzione dei primi parchi nazionali.

La legge 778 fu il compimento di un lungo dibattito istituzionale iniziato all’alba del ‘900, a cui partecipò anche il movimento. Rispetto alle norme che erano state promulgate precedentemente, la legge del 1922 consentì per la prima volta di porre sotto tutela un’ampia serie di beni. Invitava inoltre a non danneggiare il paesaggio e le bellezze naturali nel loro insieme.

Altra vittoria fu l’istituzione del Parco Nazionale del Gran Paradiso e del Parco Nazionale d’Abruzzo. Nonostante la loro costituzione fosse sostenuta da tutte le anime del protezionismo, il percorso non fu semplice. La scelta cadde all’interno di una vasta gamma di aree, che in precedenza furono riserve reali di caccia. Questo aspetto fu fondamentale, poiché in queste riserve si riuscì a salvaguardare efficacemente il patrimonio naturalistico.

Furono poi importanti i viaggi di alcuni naturalisti italiani negli Stati Uniti, che vennero a contatto con una realtà che si era precocemente indirizzata verso la creazione di riserve naturali.

Grande Guerra e fascismo: la fine dell’esperienza protezionista e il nuovo associazionismo del secondo dopoguerra

Tuttavia la Grande Guerra indebolì il movimento, in quanto modificò gli equilibri internazionali e mise in crisi la classe politica liberale su cui si faceva affidamento.

Ma fu l’avvento del fascismo a spegnere l’esperienza protezionista. Venne infatti a mancare il dibattito democratico, da cui il movimento traeva linfa vitale e un interesse sincero per le questioni ambientali. Sebbene il fascismo inizialmente sembrò appoggiare lo slancio propositivo del protezionismo, in realtà poi ne soffocò le residue forme di autonomia.

Solo nel secondo dopoguerra, dalla fine degli anni ’50, si ripristinò una dialettica culturale e politica che permise di rinnovare il dibattito intorno alle tematiche ambientali.

Negli anni ’60 e ’70 la nascita di un moderno associazionismo consentì la crescita di una seconda generazione di protezionisti. Fu così possibile adottare una serie di provvedimenti, dalla creazione del ministero dei Beni culturali alla legge-quadro sui parchi nazionali, che modificarono un quadro legislativo fino a quel momento bloccato.

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