Caccia alle balene: continua la strage e gli accordi internazionali non bastano

La Terra è ricoperta per la maggior parte da oceani e mari che costituiscono un habitat marino molto fragile. Riuscire a proteggere vaste superfici marine, è molto complicato. Sorvegliarle del tutto è problematico perché trattandosi di territori molto estesi, il loro totale controllo e la loro supervisione sono pressoché impossibili. Un problema collegato è la caccia alle balene e alle altre specie marine. Dovrebbero essere previste ispezioni e imbarcazioni capaci di vigilare almeno nelle ore diurne, in maniera che tale attività non sia sproporzionata rispetto al numero degli esemplari presenti negli oceani.

Le balene: giganti da salvare

“Un soffio si alzò impetuoso,

seguito dal secondo là dove poc’anzi si era disegnata

la seconda increspatura del mare..

..Una balena…!” .

F.Q

Enormi e aggraziate allo stesso tempo, le balene sono dei veri e propri giganti gentili dei mari. Inquinamento acustico, plastica, pesca non sostenibile (over-fishing), inquinamento, cambiamenti climatici e conseguente acidificazione degli oceani, sbiancamento dei coralli, scarico di rifiuti, pesca illegale (di frodo), pesca accidentale e specie aliene, sono solo alcuni dei motivi che hanno spinto questi affascinanti e pacifici colossi sull’orlo dell’estinzione.

La costituzione della IWC

La Commissione Baleniera Internazionale (International Whaling Commission – IWC), è il corpo mondiale incaricato della tutela delle balene, dell’amministrazione e della gestione della loro caccia. La ragione di tale formazione è quella di fornire un’adeguata conservazione dello stock delle balene e rendere possibile un appropriato sviluppo dell’industria baleniera.

La caccia alle balene ha assunto un rilievo sempre maggiore a livello mondiale, divenendo uno dei temi su cui i Paesi e le Istituzioni dibattono ancor oggi. A partire dal 900, un numero crescente di Stati, organizzazioni ambientaliste e individui, si sono interessati alla questione dell’effettiva pratica e degli aspetti giuridici della pesca dei cetacei. Per poter catturare le balene i cacciatori e le Nazioni hanno l’obbligo, sottoscrivendo l’accordo internazionale sull’ambiente, la ICRW, di sottostare alle regolamentazioni della IWC, che regola la caccia e la conservazione degli animali marini, inclusi quelli di grandi dimensioni.

Nel preambolo del suddetto documento viene posto in evidenza il motivo per cui varie Nazioni hanno auspicato la sua creazione e viene fatto esplicito riferimento alle future generazioni :

“Riconoscendo l’interesse delle nazioni del mondo nel salvaguardare per le future generazioni la grande risorsa naturale rappresentata dagli stock delle balene…avendo deciso di ratificare una convenzione per provvedere alla corretta conservazione degli stock di balene e quindi rendere possibile uno sviluppo disciplinato dell’industria baleniera”

È bene evidenziare che la Convenzione tutela solo determinate specie. Di conseguenza, ad esempio, essa non è in grado di proteggere le pilot whales, che vengono mattate nelle isole Fær Øer, né i delfini o i piccoli cetacei.

La partecipazione alla IWC è aperta a qualunque Paese, favorevole o meno alla caccia, che abbia ufficialmente firmato la Convenzione.

Oltre a rispettare le norme della Commissione, i Paesi, le Istituzioni e le persone coinvolte nella caccia baleniera, devono osservare le leggi di quegli Stati che appoggiano e promuovono la salvaguardia dell’animale. Ciò è dovuto alla spropositata cattura degli esemplari, il cui numero si è talmente ridotto, da comportare il rischio di estinzione dei mammiferi stessi.

Le fondamentali misure previste comprendono: le restrizioni e le limitazioni sulla caccia per specie e zona marittima; l’istituzione di riserve naturali, in particolare di “santuari” in cui i cetacei vengono protetti e dove la cattura è severamente proibita; la salvaguardia dei balenotteri, ovvero i piccoli di balena, e delle femmine accompagnate dai loro rispettivi cuccioli; i limiti sui metodi di pesca applicati all’esemplare marino.

I Santuari Marini

Si tratta di riserve marine naturali protette, in cui gli animali sono totalmente tutelati. Ad una violazione delle normative nazionali, possono conseguire sanzioni ai trasgressori, richiami al Paese la cui giurisdizione non è stata rispettata e, se necessario, l’intervento delle autorità giudicanti preposte.

Santuari Marini sono aree proibite a qualsiasi uso estrattivo e di scarico. Si differenziano in due tipologie di zone. Nella prima, non è concessa alcuna attività umana: un esempio sono quelle che fungono da aree per la ricerca scientifica o dove ci sono habitat e specie che necessitano di maggiore protezione. Nelle restanti zone, invece, può essere autorizzata una pesca su piccola scala, non distruttiva, sostenibile e gestita con la piena partecipazione di tutte le comunità locali interessate.

Questo tipo di gestione eco-sistemica, garantisce allo stesso tempo: una tutela maggiore, il recupero di un patrimonio che, ad oggi, stiamo rischiando di perdere e un futuro sostenibile del mare e delle popolazioni che dipendono da esso.

Attualmente la Commissione riconosce due riserve naturali protette, dette santuari: l’Indian Ocean Santuary e il Southern Ocean Whale Sanctuary, conosciuto comunemente come Southern Ocean Sanctuary.

In aggiunta, gli Stati e i territori, hanno il compito di proteggere tutta la fauna che si trova all’interno delle loro acque. Ciò non significa che non sono permesse attività, quali la ricerca scientifica. Per gli Stati che vogliono compiere studi e indagini è necessario ottenere permessi speciali dal Minister for the Environment, Heritage and the Arts. Questi ultimi, vengono rilasciati solamente per le attività di indagine e ricerca scientifica, ma non consentono di uccidere o catturare cetacei vivi.

I tre tipi di caccia alle balene riconosciuti

La IWC oggi riconosce tre differenti tipologie di caccia alle balene: la caccia di sussistenza aborigena (ASW), la caccia commerciale, la pesca concessa mediante permessi speciali, identificata come caccia per fini scientifici.

La caccia di sussistenza aborigena

Viene effettuata da quelle popolazioni che risiedono nelle aree più isolate ed estreme della Terra. La pratica è resa necessaria per il loro sostentamento e per la sopravvivenza. La Commissione Baleniera Internazionale, ha acconsentito che questo genere di caccia potesse essere permessa già dal 1981. La Commissione l’ha definita come “caccia per scopi di consumo locale effettuata da o per conto di popoli aborigeni, indigeni o nativi che hanno forti legami comunitari, familiari, sociali e culturali legati alla continua tradizione e dipendenza dalla pesca baleniera e dall’uso delle balene”.

La caccia per fini commerciali

È diametralmente opposta a quella di sussistenza aborigena. A differenza degli altri generi di pesca, essa è soggetta alla moratoria dal 1982, un divieto totale esteso solamente a questo tipo di caccia perché la cattura è stata talmente spropositata da far ridurre drasticamente le quantità dei cetacei e renderli così a rischio di estinzione. Al di fuori degli Stati non partecipanti alla IWC che praticano la caccia commerciale, i soli paesi che la attuano sono pochissimi.

Caccia per fini scientifici

È concessa mediante permessi speciali. Le licenze sono emesse dai governi dei Paesi membri, i quali sono obbligati a far prevenire alla Commissione le proposte per i permessi speciali di ricerca scientifica, garantendocosì un controllo ex post. Una volta verificate, gli Stati possono cominciare le loro attività di indagine. Infatti, grazie alle concessioni le Nazioni hanno il via libera a catturare e trattare le parti del corpo dell’animale cacciato, per motivi non commerciali, ma puramente scientifici.

Whaling in the Antarctic

In merito a ciò, la Corte Internazionale di Giustizia fu chiamata per valutare il comportamento del Giappone nel 2010 a seguito della richiesta di intervento da parte dell’Australia. La causa, conosciuta col nome Whaling in the Antarctic, si incentrò in particolar modo sui principi e attività di JARPA II, ossia del programma e dei permessi speciali che permettevano al Paese del Sol Levante di cacciare per fini di ricerca scientifica.

La lunga diatriba (2010-2014), ha dato esito sfavorevole alla nazione nipponica. Le attività baleniere, avevano violato la Convenzione internazionale sulla regolamentazione della caccia alle balene e anche altre disposizioni internazionali, come quella di tutelare l’ambiente marino. La Corte internazionale confermò l’assenza di fini scientifici nei permessi accordati dalle autorità nazionali, e la violazione della Convenzione. Emerse che il Giappone aveva nascosto i suoi fini commerciali dietro la ricerca scientifica per avvalersi della deroga prevista nella Convenzione.

Il Giappone riprende la caccia alle balene

Il Giappone si è ritirato dalla Commissione Internazionale lo scorso anno. Il 1 luglio, cinque navi, con gli arpioni nascosti sotto i teloni, hanno lasciato il porto di Kushiro nel nord del Giappone per andare a caccia di balene. Non più a scopo scientifico, come hanno sempre sostenuto i giapponesi negli ultimi 30 anni, ma a scopo commerciale. Nello stesso momento, altre tre baleniere sono partite da Shimonoseki nel sud-ovest dell’arcipelago.

Tokyo ha fatto sapere che la caccia avverrà nelle acque della propria zona esclusiva economica (Zee), e non più nell’Oceano antartico, aggiungendo che le navi rispetteranno i limiti sulle quote di pesca.

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