Il terremoto di San Francisco del 1906 e la “teoria del rimbalzo elastico”

Qualche giorno fa la terra è tornata a tremare in California. Non si è trattato del temutissimo Big One, l’apocalittico terremoto che i geologi prevedono entro il 2032. Con la mente però si è tornati a quello di San Francisco del 1906, uno dei peggiori disastri naturali della storia degli Stati Uniti.

Il sisma, che raggiunse gli 8.3 gradi della scala Richter, rase praticamente al suolo la città e fu percepito su tutta la costa del Pacifico, dall’Oregon fino a Los Angeles e nelle zone interne fino al Nevada. La potenza fu tale che venne registrato addirittura dai sismografi di Londra e Tokyo.

Le scosse vennero dalle remote profondità dell’Oceano Pacifico: infatti la violenza che sconvolse la terra si muoveva alla velocità di oltre 3 km al secondo. L’epicentro fu localizzato a sud-est di San Francisco, nell’area della faglia di San Andreas, la famosa fenditura sottomarina della crosta terrestre in cui si produsse una gigantesca spaccatura. La lunga frattura di quel giorno fu successivamente quantificata da sopralluoghi geologici in una lunghezza di 430 km.

Cosa accadde e quale fu il bilancio di questo evento sismico? Come si spiegò scientificamente il fenomeno? Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?

Una città in ginocchio: i danni e il bilancio del terremoto di San Francisco

Il terremoto liberò un’energia paragonabile a quella sviluppata dalla bomba atomica sganciata su Hiroshima e mise in ginocchio San Francisco. La città, fondata un secolo prima, contava circa 400.000 abitanti e si presentava come un agglomerato di edifici vecchi e nuovi, la maggior parte costruiti in legno. La “Parigi dell’Ovest” fu così ridotta a un cumulo di macerie da 7 violentissime scosse.

Gli edifici crollarono dalle fondamenta, i campanili si abbatterono al suolo, i tetti delle case e le pavimentazioni delle strade si sbriciolarono, i pali della luce si schiantarono a terra, si piegarono i binari delle ferrovie, scoppiarono le condutture del gas e alberi secolari vennero sradicati.

Le scosse distrussero anche un ospedale per disabili mentali, i villaggi dei pescatori della zona e persino il teatro dell’Opera in cui poco prima del disastro si era esibito il tenore italiano Enrico Caruso.

Tuttavia ciò che accadde successivamente fu più letale. Infatti, già prima della fine delle scosse sismiche, divamparono 50 incendi in tutta la città, che durarono, in alcuni casi, anche 3 giorni. Le fiamme infuriarono su una superficie di 21 kmq, distruggendo ogni cosa al loro passaggio. Inoltre lo scoppio delle condutture che rifornivano d’acqua la città e l’area circostante lasciò a secco le pompe.

Come se non bastasse, proprio a causa della mancanza d’acqua, i vigili del fuoco e le squadre di soccorso tentarono di limitare gli incendi utilizzando la dinamite, peggiorando la situazione. Il bilancio fu disastroso: si contarono circa 3.000 vittime, 500 isolati rasi al suolo, quasi 30.000 edifici distrutti, 250.000 senzatetto e danni per 350.000.000 di dollari.

La teoria del rimbalzo elastico: un nuovo modello di sismologia per far fronte ai terremoti

In seguito al terremoto di San Francisco però si aprirono le porte della sismologia moderna. Tra i diversi studi che vennero effettuati emerse quello di Henry Fielding Reid. Il geologo statunitense, pochi anni dopo il sisma, formulò la “teoria del rimbalzo elastico” (elastic rebound theory), valida ancora oggi per spiegare la dinamica dei terremoti.

Secondo questa teoria, l’energia elastica immagazzinata per anni, secoli o millenni, viene liberata improvvisamente trasformandosi in onde sismiche. Ciò avviene lungo le faglie, dopo un periodo in cui i movimenti tettonici sottopongono a stress le rocce, con fortissime pressioni lungo le faglie stesse. In parte le rocce si deformano, in parte tendono a comportarsi in modo elastico, accumulando stress ma senza rompersi. Quando le pressioni diventano troppo forti, si ha la rottura improvvisa che avviene in profondità.

Si tratta di un processo molto simile a quello che si ottiene piegando con le mani una matita. Dapprima si deforma leggermente, inarcandosi. Quando poi non riesce più a sopportare la forza applicata, si spezza in due.

E nel futuro prossimo cosa ci aspetta?

Quello del 1906 non fu il terremoto più forte della storia degli Stati Uniti, né il più catastrofico, ma ne diventò il simbolo. Nonostante le iniziative per la prevenzione adottate nel corso degli anni, un nuovo sisma potrebbe essere davvero apocalittico. Infatti una gran parte dell’area poggia su rocce “soffici” in cui le onde sismiche, a parità di intensità, potrebbero creare gravissimi danni rispetto a un’area dove c’è roccia viva.

Geologi e ingegneri americani così hanno simulato gli effetti devastanti che un terremoto come il Big One, ad esempio, porterebbe con sé. Sono concordi nel ritenere che in alcune precise zone nell’area di San Francisco, tra cui la Silicon Valley, il sisma colpirebbe più forte e più a lungo.

Inoltre, se il territorio un secolo fa era scarsamente abitato, ora invece appare densamente popolato e il bilancio di vittime e danni potrebbe risultare ancora più pesante. Infatti, secondo una recente analisi della Croce Rossa americana, solo sei famiglie su cento sarebbero attrezzate per far fronte a una tale catastrofe.

I geofisici quindi sostengono che l’unica strada da percorrere rimanga la prevenzione, convergendo su misure antisismiche efficaci e durature nel tempo.

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