Il caso Amazzonia: tra deforestazione, questioni politiche e riconoscimento di diritti

739 chilometri quadrati in un solo mese. Due campi da calcio al minuto. Questi i dati satellitari sulla deforestazione dell’Amazzonia, forniti dall’Agenzia di ricerca spaziale brasiliana.  L’Amazzonia, grande 18 volte l’Italia, la foresta pluviale più estesa al mondo, sta man mano scomparendo. Essa occupa gran parte del Brasile, espandendosi fino al Perù e alla Colombia. Ospita uno dei fiumi più importanti al mondo, per avere qualche dato, basti pensare che il Rio delle Amazzoni, è lungo 10 volte il nostro Po, estendendosi per una lunghezza pari a 6,900 chilometri. Migliaia le specie di animali che popolano questo polmone verde e moltissimi i popoli indigeni che lo vivono, rimanendo lontani dal resto del mondo, dalle sue abitudini, dalle sue politiche e dalle sue tecnologie.

I dati rilasciati dall’INPE, sono stati subito contestati.

In Brasile si parla di “effetto Bolsonaro“, leader di estrema destra salito al potere nel Paese a gennaio scorso. Da quel momento, numerosi sono stati gli interventi a discapito della foresta: indebolimento dei poteri del ministero dell’ambiente, riduzione dei controlli sullo sfruttamento economico delle risorse dell’Amazzonia, favoreggiamento di interessi minerari ed agricoli, aumento dell’utilizzo dei pesticidi e limitazione dei diritti dei popoli indigeni.  

Si parla di dati manipolati, in quanto il sistema satellitare utilizzato sarebbe privo di alta risoluzione e non in grado di fotografare in tempo reale la situazione dell’area amazzonica.

Tutto plausibile, probabile. Ma non sufficiente. Ogni anno perdiamo 13 milioni di ettari di foresta. Continuando di questo passo, entro il 2050 ne scompariranno oltre 230 milioni.

Altri dati dimostrano quanto, aldilà delle riprese satellitari, si sta perdendo.

Una riforma del codice forestale, da poco proposta, avrebbe lo scopo di eliminare l’obbligo da parte degli agricoltori, di mantenere la copertura forestale (prevista tra il 50 e l’80%) delle loro proprietà. Le industrie estrattive raggiungerebbero, in tal modo, un raggio d’ azione su un’area molto più estesa di quella attuale (grande quanto l’Iran).

Ma ancora: un’area più grande della Danimarca, una gigantesca riserva naturale, sita all’interno della foresta è stata abolita dal governo brasiliano, in modo tale da consentire le estrazioni minerarie. L’area ricca di oro e metalli, tra gli stati di Para e Amapa, sarà aperta alle attività per circa il 31%, mentre nove aree della riserva continueranno ad essere protette. Sì, perché si parla di area protetta: un’area creata nel 1984, la National Reserve of Copper and Associates.

I media brasiliani hanno definito questa scelta, giustificata dal governo come atto che attrarrà nuovi investimenti e nuovi clienti,

come il più grande attacco all’Amazzonia degli ultimi 50 anni.

Secondo un rapporto del Wwf, la principale area di interesse per l’estrazione di rame e di oro si trova in una delle aree protette, la Riserva Biologica di Maicuru e una corsa all’oro nella regione porterebbe a esplosioni demografiche, deforestazioni, distruzione delle risorse idriche, perdita di biodiversità e creazione di conflitti territoriali, oltre a creare danni irreversibili a queste culture.

Ma, non ci sono solo dati negativi.

Recentemente infatti, la foresta amazzonica è diventata un soggetto giuridico. Cosa significa?

In pratica, che godrà degli stessi diritti di un essere umano. Come?

Grazie ad una sentenza della Corte Suprema della Colombia che ha definito la foresta come «entità soggetta a diritti». Il 5 aprile 2018 la Corte Suprema di Giustizia colombiana, sala de casación civil, ha emesso la pronuncia STC 4360/2018 a firma del magistrato Luis Armando Tolosa Villabona. Si tratta di un’azione di tutela contro la sentenza della sala civil especializada en restitución de tierra del Tribunal Superior del districto judicial di Bogotà.

La conseguenza più importante è il riconoscimento del diritto supremo, il diritto dei diritti:

.. il diritto alla vita. 

La sentenza segna un precedente storico, nuovo, indispensabile per la lotta ai cambiamenti climatici e alla deforestazione.

Con la causa, proposta da  giovanissimi ragazzi, tra i 7 e i 26 anni, attraverso Dejusticia, centro di studi giuridici e sociali di Bogotá del quale fa parte una di loro, l’avvocato Gabiela Eslava, è stato denunciato il governo colombiano. I ricorrenti, tutti residenti in città inserite nella lista di quelle a maggior rischio per il cambiamento climatico, hanno agito con motivo di contrastare l’«incremento de la deforestación en Amazonia» sottolineando l’incapacità, da parte del governo di fermare la distruzione della foresta.

Tale incapacità andava a ledere il loro diritto al futuro, la loro possibilità di vivere in un ambiente sano, andava a violare i loro diritti costituzionali.

La causa ha portato alla richiesta, da parte della Corte, della redazione di un “piano intergenerazionale per la vita dell’Amazzonia colombiana”, con l’obiettivo di ridurre a zero la deforestazione e l’emissione di gas-serra, nonché alla prescrizione da parte dei municipi di aggiornare i rispettivi piani di organizzazione territoriale per ridurre la deforestazione nei rispettivi territori.

 «La distruzione dell’Amazzonia porta a danni imminenti e gravi nei confronti di bambini e adulti per le generazioni presenti e future », hanno detto i giudici. «La deforestazione è una fonte chiave di emissioni di gas serra che guidano il cambiamento climatico, che danneggia gli ecosistemi e le fonti d’acqua e porta al degrado del suolo», ha dichiarato la corte.

La soluzione del caso viene dunque fondata sulla solidarietà intra-specie e sul valore della Natura in sé. Le conclusioni conseguono all’applicazione dei principi di precauzione, equità intergenerazionale e solidarietà: con il primo, si accetta il pericolo di danno; con il secondo, si accetta che possano essere violati diritti delle generazioni future; con il terzo, si fonda la responsabilità omissiva dello Stato.

«Senza un ambiente sano, i soggetti della legge e gli esseri viventi in generale non saranno in grado di sopravvivere, per non parlare di salvaguardare quei diritti per i nostri figli o per le generazioni future», ha affermato la sentenza.

La causa segue un’ondata di contenziosi in tutto il mondo che chiedono azioni o richieste di risarcimento per l’impatto dei cambiamenti climatici – dall’innalzamento del livello del mare all’inquinamento.

L’Amazzonia è patrimonio dell’umanità, è necessario ed indispensabile che resti in salute preservando l’integrità dei servizi ambientali. La sua sopravvivenza è indispensabile, e lo è per i suoi milioni di abitanti, per le popolazioni locali, e per le numerose specie che la popolano. Essa deve essere garantita nel rispetto dell’equità sociale e dello sviluppo economico sostenibile senza mai far venire meno la responsabilità globale.

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