Gran Paradiso, da riserva di caccia a primo parco nazionale d’Italia

Quando l’Italia istituì il Parco Nazionale del Gran Paradiso, nel 1922, in Europa già esistevano altre aree verdi protette. La Svezia fu infatti la prima nazione europea a fondare ben 9 parchi nazionali nel 1909, seguita poi da Svizzera e Spagna. Tuttavia furono gli Stati Uniti, nella seconda metà del 19° secolo, ad avvertire per primi la necessità di tutelare territori scarsamente abitati e dal grande valore naturalistico, sottraendoli alla crescente industrializzazione.

Proprio questi aspetti giocarono un ruolo fondamentale nel ritardo con cui l’Italia fondò altri parchi nazionali, oltre al Gran Paradiso. Il nostro Paese infatti è stato per lunghi secoli densamente abitato e diventò una potenza industriale solamente nel secondo dopoguerra, per cui l’esigenza di salvaguardare l’ambiente si avvertì in ritardo rispetto ad altri paesi europei. Nonostante ciò ha svolto comunque un ruolo pioneristico in Europa nel campo della creazione dei parchi nazionali.

Anche se il dibattito maturò più lentamente, l’Italia fu di fatto la quarta nazione europea a dotarsi di un parco nazionale. Il cammino fu lungo: le autorità politiche difatti erano scarsamente interessate a spendere soldi per la tutela dei monumenti, del territorio e della natura. Malgrado ciò un movimento di associazioni, uomini di cultura, singoli parlamentari e alti funzionari appoggiarono iniziative per la formazione dei parchi nazionali. Ma l’evento determinante fu la dismissione di grandi riserve reali di caccia, nella Val di Sangro in Abruzzo e nel Gran Paradiso.

Gran Paradiso, riserva reale di caccia per i Savoia

La storia del Parco nazionale del Gran Paradiso fu strettamente legata alla salvaguardia dello stambecco, il suo animale simbolo. Nel 1821 il re di Sardegna Carlo Felice emanò le Regie Patenti, con le quali proibì la caccia a questo mammifero a rischio estinzione. Il provvedimento però rivelò la volontà del re di renderne la caccia un lusso da concedere solo a sé stesso.

Nel 1850 invece Vittorio Emanuele II decise di costituire nelle valli valdostane una Riserva reale di caccia, dopo essere rimasto colpito dall’abbondanza di fauna. Il territorio in origine era più ampio dell’attuale parco, poiché comprendeva anche alcuni comuni che in seguito non rientrarono tra i confini dell’area protetta.

La riserva nacque ufficialmente nel 1856, in seguito alla stipula di contratti con cui gli abitanti delle valli cedettero al sovrano i diritti di caccia, pesca e pascolo. Dopo gli iniziali malumori, gli stessi abitanti compresero quanto la presenza del Re avrebbe potuto giovare alla popolazione locale. Vittorio Emanuele infatti istituì un corpo di vigilanza e fece restaurare chiese, argini e case comunali, avvalendosi della manovalanza locale. Quindi autorizzò la costruzione di case di caccia e strade selciate per collegare le località, permettendo allo stesso Re di spostarsi comodamente.

La trasformazione in parco nazionale

Anche i successori, Umberto I e Vittorio Emanuele III, intrapresero lunghe campagne di caccia reale all’interno della riserva. L’ultima si svolse nel 1913. Vittorio Emanuele III, nel 1919, decise di cedere allo Stato i territori di sua proprietà con i relativi diritti, ponendo come condizione la conversione dell’area in parco nazionale.

Ciò avvenne appunto nel 1922, quando il Re firmò il decreto legge che istituiva effettivamente il Parco Nazionale del Gran Paradiso. La gestione fu affidata alla Commissione Reale del Parco Nazionale del Gran Paradiso, mentre il servizio di vigilanza al Corpo Reale delle Foreste.

Il primo articolo del decreto sancì che la finalità del parco fosse di “conservare la fauna e la flora e di preservare le speciali formazioni geologiche, nonché la bellezza del paesaggio”. Nel perimetro del parco furono dunque vietate la caccia, la pesca e l’accesso con cani, armi e ordigni. La Commissione inoltre regolamentò il pascolo in alcune località e realizzò grandi opere idroelettriche.

Nel 1923 lo stato italiano fondò pure il Parco Nazionale d’Abruzzo. Questo periodo apparì dunque come una sorta di epoca d’oro per i parchi nazionali italiani, gestiti con efficienza e con il consenso locale. Il fascismo decise però di cancellare gli enti autonomi di gestione e nel 1933 abolì la Commissione. L’amministrazione dell’area passò al ministero dell’Agricoltura e delle Foreste, mentre la sorveglianza alla Milizia Nazionale Forestale.

Nell’immediato dopoguerra invece Enrico De Nicola consegnò definitivamente la gestione dell’area all’ente autonomo Parco Nazionale Gran Paradiso. Fu nominato direttore Renzo Videsott, che nel 1948 costituì anche la prima associazione ambientalista italiana, la Federazione Nazionale Pro Natura. Terminò così per il Gran Paradiso il lungo percorso di passaggio, durato quasi un trentennio, da riserva di caccia a parco nazionale.

Il paesaggio del Parco Nazionale del Gran Paradiso

Con i suoi 71.043 ettari, il Parco Nazionale del Gran Paradiso si estende a cavallo tra Piemonte e Valle d’Aosta, in un ambiente prevalentemente alpino. Lungo la frontiera con la Francia confina con il Parco Nazionale della Venoise, formando così una vasta area protetta sovranazionale di circa 120.000 ettari.

In passato grandi ghiacciai e torrenti hanno inciso e modellato le montagne, fino a creare le attuali vallate. Il territorio oggi è composto proprio da cinque valli principali e comprende inoltre 60 ghiacciai, 60 laghetti e numerose cascate. Da un punto di vista geologico è formato perlopiù da rocce metamorfiche e in misura minore da rocce ignee.

Il parco si caratterizza per una flora che risente nella sua composizione del dislivello altimetrico su cui è costituito. Nel fondovalle si concentrano ampie distese di boschi di conifere e larici. Salendo lungo i versanti, gli alberi lasciano spazio ai vasti pascoli alpini, ricchi di fiori nella tarda primavera. Quindi rocce e ghiacciai dominano il paesaggio alle quote più elevate, che toccano i 4.000 metri proprio con la vetta del Gran Paradiso. Di notevole importanza botanica è la presenza di fiori proprio ai limiti dei 4.000 metri, come ad esempio la stella alpina.

Nelle praterie e negli ambienti rocciosi le specie più caratteristiche sono ovviamente gli stambecchi, insieme a marmotte, lepri e camosci. Nelle aree boschive e nel fondovalle invece è possibile notare la presenza di cinghiali, caprioli e cervi. Donnole e faine popolano gli ambienti agricoli. Molte anche le varietà di rapaci, insetti, rettili, e anfibi.

Purtroppo il parco in passato non era un ambiente equilibrato e completo. I predatori naturali erano del tutto assenti, poiché perseguitati ai tempi della riserva. Per fortuna oggi, grazie alle attività di sorveglianza e conservazione, si sta assistendo ad un graduale riequilibrio dell’ecosistema e della biodiversità.

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