L’Agro Pontino: l’Amazzonia perduta tra bonifica fascista e urbanizzazione selvaggia

Se passate a sud di Roma, potreste capitare nell’Agro Pontino, un tempo zona inospitale, paludosa e malarica, oggi territorio a forte vocazione agreste. Attualmente ci sono aziende agricole e campi arati, laddove circa un secolo fa erano presenti invece grandi vallate, riempite di acqua, in cui ammirare una grande varietà di specie vegetali e animali. Qui resiste ancora oggi un piccolo residuo della cosiddetta Selva di Terracina, il bosco sacro dei romani, fino a 80 anni fa la foresta di pianura più grande d’Europa. L’Amazzonia italiana però è stata in gran parte cancellata dalla bonifica fascista e posta poi sotto la tutela del Parco Nazionale del Circeo per salvaguardarla. Il fascismo infatti, per sconfiggere la malaria, ha abbattuto un’enorme foresta, cancellato migliaia di specie e prosciugato una zona umida, preziosa per mitigare il clima.

Questa terra di mezzo tra Roma e Napoli ha dunque subìto nel corso degli anni una drastica trasformazione che ne ha cambiato decisamente il paesaggio. Se da una parte il fascismo ha cancellato boschi, laghi e spiagge, l’urbanizzazione ha portato chilometri di strade e una selvaggia speculazione edilizia negli ultimi quaranta anni. Ma come si presentava l’Agro Pontino prima della bonifica? Come si è trasformato dopo? Come è cambiato negli ultimi anni e quale futuro lo aspetta?

L’Agro Pontino prima della bonifica

Circa un secolo fa i geografi chiamavano le paludi pontine “deserto paludoso-malarico”, in quanto erano un ambiente selvaggio e malsano in cui si aveva paura ad avventurarsi. Tanto da essere addirittura una zona difficilmente rintracciabile nelle carte geografiche. Nonostante ciò la foresta di pianura appariva come uno splendido esempio di terra incontaminata, ricoperta da macchia mediterranea e da alberi tipici delle aree marine, come pini, lecci e querce da sughero. La palude era inoltre abitata da insetti, anfibi, rettili e mammiferi. In questo ricco ecosistema era possibile ammirare laghi costieri e piscine naturali, che si formavano principalmente nella stagione autunnale per l’accumulo di acqua piovana. Ai margini della foresta, in capanne fatte di legno, paglia e fango, abitavano invece tra le 1.000 e le 2.000 persone, perlopiù cacciatori stagionali. Questi abitanti vivevano in condizioni estremamente difficili, con il rischio costante di allagamenti e sopravvivevano cacciando selvaggina, anguille e rane.

Per il fascismo le paludi pontine erano terre maledette da redimere e da consegnare alla civiltà, una vergogna che andava cancellata. Così la bonifica si trasformava in strumento ideale per recuperare e conquistare nuovi terreni da coltivare e arginare l’emigrazione incontrollata.

La bonifica: opera necessaria o crimine ecologico?

Con la bonifica integrale, iniziata nel 1927, per la pianura pontina si realizzava il decisivo salto nella modernità. Il fascismo era riuscito a risanare l’area, laddove avevano già fallito i romani nel tentativo di recuperare la via Appia, la Regina Viarum, che qui si impantanava. Altri tentativi erano stati fatti anche durante il medioevo e l’età moderna da alcuni Papi, tra cui Pio VI nel ‘700. Il progetto fascista prevedeva il prosciugamento delle acque su 135.000 ettari di terreno, di cui 80.000 appartenenti all’Agro Pontino in senso stretto. Quindi erano stati impiegati circa 150.000 operai per trasformare la palude in una distesa di terra fertile, scavare 250.000 km di canali di drenaggio e costruire più di 1.000 km di strade pubbliche. La bonifica appariva così la più grande opera del fascismo, esaltata dalla propaganda come il fiore all’occhiello del regime.

Già i commentatori dell’epoca però erano divisi: si poteva considerare un’opera di modernizzazione oppure il più grande massacro di alberi mai perpetrato dagli uomini in Europa?

L’urbanizzazione e la colonizzazione dell’Agro Pontino

L’urbanizzazione e la conseguente colonizzazione del territorio rappresentava l’altra rivoluzione oltre alla bonifica. In origine però questo progetto nasceva come processo di ruralizzazione e anti-urbanesimo, salvo poi mutare quando la bonifica cominciava a ricevere consensi internazionali. Il simbolo di tutto ciò era Littoria, odierna Latina, che rifletteva la nuova idea di città dallo stile razionalista voluta dal regime. Dopo Littoria, nascevano altre 4 cittadine (Sabaudia, Pontinia, Aprilia e Pomezia) e 16 borghi rurali che si incardinavano in un sistema di canali e strade sottratte alla palude. La pianura veniva poi suddivisa in 3.000 poderi, di cui 1.800 consegnati ai coloni provenienti dal nord-est d’Italia per coltivare il grano e allevare il bestiame. Tali poderi erano dotati di case coloniche e appezzamenti di terreno grandi da 10 a 30 ettari ciascuno. Quasi nessun podere però era stato lasciato ai primitivi abitanti della zona: una sorta di globalizzazione ante litteram, con relativo annullamento delle aspirazioni delle popolazioni locali.

L’Agro Pontino nel terzo millennio tra urbanizzazione e nuove colture

L’urbanizzazione derivata dalla bonifica ha portato con sé, negli ultimi decenni, un ulteriore sfruttamento di un territorio già fragile. L’equilibrio idrogeologico dell’Agro Pontino infatti è sempre stato precario a causa dei fenomeni di innalzamento del livello medio del mare e dell’incuria. Ancora oggi la maggior parte del territorio finirebbe sott’acqua, se non ci fossero gli impianti idrovori costantemente in funzione. Tuttavia 27.000 ettari rimarranno sempre sotto il livello del mare. Nonostante ciò ci sono una foresta di seconde case, perfino sulla duna e chilometri di strade, anche sulla sabbia e nei boschi. Una speculazione edilizia che non è però paragonabile a quella che ha deturpato altri paesaggi del litorale laziale. Il territorio mantiene comunque una sua vocazione agricola: oltre a coltivare il grano sono state introdotte nuove colture, come il kiwi, che necessitano però di moltissima acqua. Il rischio dunque è quello di sfruttare eccessivamente il sottosuolo e impoverirlo. Così l’Agro Pontino si trova a un bivio: mantenere le caratteristiche naturalistiche oppure abbandonarsi a una produzione di massa?

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