Profughi ambientali senza diritti: il rapporto tra clima e migrazione

Le catastrofi ambientali e i cambiamenti climatici generano una media di 20 milioni di eco profughi ogni anno. La loro presenza, pur costituendo un fenomeno noto e allarmante, non è sufficiente a far riconoscere alle vittime dei cambiamenti climatici, lo status di rifugiati. Non scappano dalle persecuzioni, ma da disastri ambientali.

Nell’ultimo anno il numero di persone costrette ad andarsene è stato tre volte maggiore nei casi di disastri naturali rispetto a quelli correlati alla guerra. Sono le vittime del “Climate Change”, dei cambiamenti climatici causati dall’uomo che portano sempre più spesso a morte e desolazione.

Piccole isole che scompaiono, popolazioni senza più terra, nomi che si dimenticano.

Improvvisi pericoli naturali, inondazioni, tempeste, incendi incontrastati, tsunami, siccità, inverni troppo rigidi, strappano interi popoli alle loro case. Comunità che in ogni parte mondo sono costrette a migrare perché l’oceano entra dappertutto e il sale brucia la terra.

Nel 1972 al summit di Stoccolma fu redatto un dossier che offriva una definizione operativa di questa particolare tipologia di migranti: persone o gruppi di persone che per ragioni di improvviso o progressivo cambiamento dell’ambiente, che influenzano sfavorevolmente le loro vite o le loro condizioni di vita, sono obbligate a dover lasciare le loro case abituali oppure scelgono di farlo, sia temporaneamente sia permanentemente, e che si trasferiscono o all’interno del territorio nazionale o all’estero.

“Environmental refugees”, è stato il termine coniato per gli oltre 300.000 evacuati in seguito all’esplosione del reattore nucleare di Chernobyl. Era il 1986. Nel 2050  secondo l’Intergovernmental Panel on Climate Change gli eco profughi potrebbero diventare 200 milioni.

Chi sono i profughi ambientali?

Nelle norme internazionali la definizione di profughi ambientali non esiste. Chi lascia la propria casa perché l’acqua si è esaurita o perché una multinazionale decide di appropriarsi della terra di qualcun altro o chi una casa non ce l’ha più perché rasa al suolo da un terremoto, è trattato come chi emigra in cerca di migliori opportunità lavorative.
La Convenzione di Ginevra del 1951 attribuisce lo status di rifugiato solo a chi è perseguitato per la razza, la religione, la cittadinanza, l’appartenenza a un determinato gruppo sociale o le opinioni politiche dell’ambiente e delle conseguenze del clima nessuna traccia. Qui si parla di famiglie sfollate e dirottate nei campi profughi, di sopravvissuti alla siccità o alla troppa acqua.

Quello che si rende necessario è trovare un riconoscimento, una categoria di protezione normativa umanitaria in grado di connotare i rifugiati climatici, riconoscendogli uno status giuridico che li differenzi dagli altri migranti e richiedenti asilo.

Un popolo di invisibili, gruppi sociali, prevalentemente donne e bambini che hanno perso ogni capacità di autosostentarsi.


Oltre al termine “eco profugo” sono molto utilizzati anche termini come “rifugiato ambientale” o “rifugiato climatico”

Possiamo chiamarli come vogliamo, ma nonostante le diverse accezioni del termine, numerose sono le questioni fondamentali che riguardano il riconoscimento giuridico: in quanto se “profughi”, questi migranti dovrebbero essere compresi nella categoria dei rifugiati politici e quindigodere” (per così dire) delle agevolazioni loro concesse e della legislazione in merito. L’eco profugo viene categorizzato e configurato come una nuova figura di migrante nella situazione del post disastro, una figura onnipresente nei dibattiti, ahimè spesso portatori di interessi politici e solo marginalmente riguardanti il tema dei profughi, senza ad oggi, avere ancora raggiunto una condivisione dei tratti che la contraddistinguono. 

Cosa lega cambiamento climatico, migrazioni e conflitti

Il cambiamento climatico non è una filosofia, né tanto meno un concetto astratto. Secondo uno studio pubblicato nel 2016 su Environmental Research Letters, il 97% degli scienziati afferma che il riscaldamento globale è provocato dall’attività umana. Inquinamento delle falde acquifere, desertificazione, siccità, innalzamento del livello del mare sono solo alcuni degli effetti dell’innalzamento della temperatura terrestre. Su questo, anche la maggior parte dei leader delle più grandi potenze mondiali sembrano essere d’accordo, pur con significative eccezioni.

L’accordo sul clima di Parigi è la prova di una presa di coscienza da parte della comunità degli stati, sul cambiamento climatico.

Fu firmato a dicembre 2015 da 195 paesi, con l’obiettivo a lungo termine di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli della pre-industrializzazione.

Già in quell’anno, l’UNHCR riconosceva la connessione tra cambiamenti climatici e migrazioni. Tra cambiamenti climatici e conflitti. E ancora, tra cambiamenti climatici e discriminazioni. Ancor di più se si considera che i problemi climatici attuati dagli Stati più industrializzati hanno maggiori conseguenze nei Paesi che sono costretti a subire questo processo, senza alcuna possibilità di riscatto.

Il surriscaldamento del pianeta è diventato inevitabilmente una fabbrica di processi di migrazione

Difendere, ridefinire, tutelare alcune risorse naturali indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, come l’acqua e la terra, in termini di diritti umani, agevolerebbe e non minimamente il raggiungimento di una tappa come quella del riconoscimento dello status di rifugiati per queste persone. Una strada sicuramente meno tortuosa.

Due battaglie, quella dell’ambiente e quella dei diritti umani, che devono essere portate avanti su due binari paralleli, senza mai rinunciare l’una all’altra, per non arrenderci alla cultura dell’emergenza.

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